Butta via il ciuccio

 

“Butta via il ciuccio” nasce da una visione e dal ritorno alla campagna. Notte, i fari dell’auto danzano in virtù delle irregolarità della strada, illuminano un ceppo, forse un profilo, che rimesta negli anditi più periferici della memoria e suscita domande sulla vita, sulla morte, sulla fotografia. Non siamo in grado di pensare la morte, il vuoto, l’assenza, il Nulla, ma le loro innumerevoli metafore. Fotografare può evocare il loro cono d’ombra, può dare contorni all’indicibile, a ciò che si nega alla conoscenza. Racconta il rinfrangersi delle immagini come un al di qua del significato, un principio del dire che non si consegna al senso. Racconta i rumori e le ferite, l’attesa e lo smarrimento, tenta di dare contorni all’impensato.

L’angoscia che da bambini assale senza motivo, che chiude la gola e scioglie le lacrime è presagio dei futuri dolori, nonostante la nostra impossibilità di vedere con chiarezza. La fotografia come sforzo di dare ai ricordi una forma può, come nei sogni, produrre immagini mai uguali, ora confuse, ora quasi tangibili, comunque relegate in un passato che risorge.

La fotografia comunque non attenua le ferite perché rappresentando la vita è ferita essa stessa, può solo rintracciarne i brandelli, un “brulichio di punti neri”, frammenti di un senso che mai si potrà ricomporre.

Cespugli, tronchi morti, erba, nascondono vita brulicante che barrisce, striscia, sugge. Fotografare come punto di domanda: “chi va là?”

I’m ready to start working with you, too. Reach out to me and let’s get started!