O.A.M.I.

Provo imbarazzo nel rifiutare un invito a pranzo da parte degli ospiti dell’O.A.M.I. dovendo dire che a casa mi aspetta mia moglie. Temo di offenderli o, quantomeno di turbarli, loro che non hanno un coniuge, dei figli, una casa propria, ma la serenità con la quale accettano la promessa di fermarmi nei giorni futuri incrina i miei pregiudizi. Pensare che la famiglia sia scandita esclusivamente dalle figure canoniche di padre, madre e figli è riduttivo e presuntuoso, tante forme di comunità possono essere alternative alla famiglia tradizionale. Se ci rendiamo conto che dinamiche affettive, lavorative, sentimentali regolano lo svolgersi della vita al di fuori delle consuete istituzioni, con altrettanta intensità, gioia e drammaticità, il concetto di mondi possibili si moltiplica.

Raccontarli è affascinante, illuminante, doveroso e terapeutico. Entrare in una realtà come l’O.A.M.I., dove persone fragili sono protette e, al contempo, incoraggiate nella ricerca di interessi e dunque del piacere con il quale condire l’esistenza, siano essi un’ora di danza, la lettura collettiva, la musica o la preghiera, le attività lavorative o ludiche, significa entrare in una cristalleria, muoversi goffamente fino a che un sorriso, un abbraccio, cessano di farti sentire un corpo estraneo e allora la mente si apre a piaceri e stupori dimenticati.

Un progetto durato un intenso anno, in cui ho avuto libero accesso alla struttura e agli spazi dove hanno luogo le iniziative esterne degli ospiti del Centro O.A.M.I., in cui ho avuto il sostegno da parte di tutto l’organico e il soprattutto l’affetto da parte di amici lunatici, misteriosi ma sinceri. Sì, a certe latitudini non alberga la menzogna.

Le immagini selezionate iniziano il loro discorso con il ritratto di una foto, un’inquadratura nell’inquadratura che è l’esordio del racconto di una quotidianità ma anche la mia mis en abym in uno spazio che prima che fisico è interiore, ogni fotografia, sia che contenga una persona, un paesaggio o una natura morta, è anche un autoritratto. Continua a convincermi il parallelismo di Wim Wenders che ebbe a dire: “come il cacciatore anche il fotografo viene risospinto verso se stesso… Una fotografia è sempre un’immagine duplice, mostra il suo oggetto e -più o meno visibile- “dietro”, il “contro-scatto”: l’immagine di colui che fotografa al momento della ripresa… Questa contro-immagine presente in ogni fotografia non viene fissata dall’obbiettivo, così come il cacciatore non viene colpito dal proiettile, ma ne avverte soltanto il contraccolpo”.

Ogni immagine riflette, come fosse uno specchio, colui che la realizza e che prima dello scatto l’ha cercata. È testimone del suo atteggiamento, della sua disposizione. Se di fronte ad un edificio inclino la macchina fotografica le linee verticali convergeranno o divergeranno, se il mio corpo non è in una posizione “composta”, l’immagine sarà sgangherata. La mia negligenza fisica non solo deturpa il profilmico ma denuncia un’attitudine svogliata e poco rispettosa del soggetto da parte del fotografo, l’attenzione da porre non risiede solo nell’occhio ma in tutto il corpo.

La fotografia è un’esperienza sinestetica, frutto del ricevere e del darsi, la buona foto scaturisce da una relazione etica.

Entrando nella “cristalleria O.A.M.I.,” si è portati a camminare in punta di piedi, a riporre la macchina fotografica nella borsa, a porsi come persona prima che come fotografo. Privilegi di un progetto a lungo termine che dà respiro alle relazioni, all’analisi e ai dubbi. Quante soluzioni potrebbero essere adottate per un racconto fotografico, è scontato che mille autori, ponendosi in termini schietti e non artefatti dalle mode, darebbero vita a narrazioni sensibilmente diverse.

Ho scelto un racconto diurno, scandito dalle abitudini del luogo, dai momenti condivisi e dalle zone d’ombra, dai languori del senso di solitudini che talvolta ci assale se pur in mezzo agli altri, perché la tristezza è, tra le attitudini umane, traccia di sensibilità e di bellezza.

Uno sguardo lontano addolcisce gli occhi e solleva lieve il sorriso, conferendogli il mistero del retrogusto amaro del miele di corbezzolo.

Ho scelto il saluto caloroso “buongiorno Serafino, Serafino ci fa la foto”, “…A me con lui e con lui e con lui…”, piuttosto che i momenti di disagio che istintivamente mi hanno fatto abbassare il braccio e, in silenzio, restare in apnea.

I’m ready to start working with you, too. Reach out to me and let’s get started!